Racconti, Racconti a capitoli

12) La stirpe del drago

Romanzo Fantasy di Rebecca Bannò, 2005

XII Capitolo

La signora dei draghi

Un vento caldo spettinava i capelli dei giovani che continuavano ad avanzare. Ormai la vegetazione era scomparsa, lasciando solo terra arida e sassi. I cavalli alzavano nuvole di polvere che costringeva i loro fantini a tenere la testa bassa.
«Eccolo lì!», esclamò Kéndall arrestando l’animale. I compagni alzarono lo sguardo accostandosi l’uno all’altro.
«Quello è il Tempio?», domandò Naira.
«Immagino di sì», rispose Fibius .
«Cosa aspettiamo?». Atemot fece ripartire il cavallo al galoppo e i compagni lo seguirono.
Il Tempio era di colore azzurro e una leggera nebbiolina lo copriva per metà. Circa un centinaio di scalini precedevano l’entrata.
I giovani guardavano meravigliati. Poi, spostarono lo sguardo su Kéndall.
«Vuoi andare ora?», chiese Iemon.
«Non ho altra scelta, i tempi stringono.. Mi raccomando, massimo tre giorni!».
«Vedrai che quando scenderai da lì, ci troverai ad aspettarti», disse Nesca.
«Forza e coraggio amico mio!», Atemot posò la mano sulla spalla di Kèndall in segno di sostegno.
«Abbi cura di te», mormorò Naira.
«Lo farò», rispose il giovane.
«Buona fortuna», bisbigliò Iemon.
Kéndall cominciò a salire senza voltarsi verso i compagni.
Non negava certo di aver paura, ma sapeva che era il suo destino, comprendeva che da quello dipendeva la salvezza di Ianor.
Arrivato all’ultimo scalino, di fronte a lui si parò un portone grande di pietra su cui erano incise alcune scritte incomprensibili.
Si lasciò sfuggire un sospiro prima di posare ambedue le mani sul portone e spingere con tutta la forza possibile.
La pietra si spostò e si aprì un varco, non molto grande, ma abbastanza da infilarcisi dentro.
«C’è nessuno?», urlò Kéndall.
L’aria che filtrava dalla porta fece ballare le fiammelle delle fiaccole appese lungo il corridoio.
L’unica forma di vita in quel luogo era una voce familiare che continuava a ripetere le stesse parole:
Delle nuvole lui è il supplicante e con la sua arma può leggere la mente.
Accorre al richiamo della battaglia e le condizioni climatiche controlla
.
Da qualche parte aveva letto di questo incantesimo, era piccolo allora e non aveva mai avuto modo di sperimentarlo.
Doveva proseguire e arrivare alla fine di quel corridoio, da qualche parte doveva pur condurre!
Si lasciò il portone, le scale e i suoi amici alle spalle ed iniziò a camminare senza sapere bene dove andare.
Il suo pensiero corse a Sujum e a quella strada in discesa che doveva percorrere ogni volta per andare a casa dello zio; rammentava la paura che aveva provato la prima volta ed ora si sentiva allo stesso modo. Temeva l’incognito, eppure ne era affascinato.
Continuava a camminare senza meta, sembrava un corridoio lungo ed interminabile. Voltò il capo, non riusciva più ad intravedere il portone e ben presto perse la cognizione del tempo; per quanto ne sapesse erano potuti passare secondi, minuti o addirittura ore.
Si morse il labbro inferiore e poi alzò lo sguardo verso il soffitto completamente buio; le luci delle fiaccole, a malapena, illuminavano il corridoio.
Arricciò il naso in una smorfia prima di poggiarsi contro il muro.
Ora, più che mai, desiderava la presenza di almeno uno dei suoi compagni, magari la simpatia di Atemot o la dolcezza di Naira, magari la semplicità di Nesca o la compagnia di Iemon.
Sicuramente sarebbe stata utile la saggezza di Ecra: lei avrebbe visto tutto questo con occhi diversi.
Che si trattasse proprio di questo? Illusione?!
Insomma, non era possibile che il tempio possedesse un corridoio così infinito, senza curve, senza scale o senza porte. Forse bisognava guardare altrove.
Si scrollò le spalle e si discostò dal muro. Lo guardò a lungo e poi iniziò a tastarlo, magari da qualche parte vi era un passaggio segreto, magari una botola o un sasso che apriva un’entrata. Guardò e toccò in lungo e in largo senza esito.
«C’è qualcosa che ti sfugge Kéndall», si disse prima di sedersi a terra poggiando la schiena contro il muro. Quella voce iniziava a metterlo di pessimo umore, era come trovarsi in un vicolo cieco.
Cos’è che gli sfuggiva? Il caldo lì dentro era davvero insopportabile.
«Ma certo, perché non ci ho pensato prima?». La risposta stava proprio lì, nel calore!
Secondo il racconto di Fibius era provocato dal respiro del drago o almeno così diceva la leggenda e Iemon aveva ribattuto che secondo Ecra ogni leggenda ha un fondo di verità e una sacerdotessa se ne doveva intendere di queste cose. Doveva solo seguire l’intensità del calore.
Tornò in posizione eretta e si guardò attorno, portò la mano destra nella tasca dei pantaloni e strinse la sfera azzurra che Iemon gli aveva consegnato. Se ne era quasi del tutto dimenticato.
Non aveva idea se il suo ragionamento avesse anche un solo filo logico, ma doveva provarci. Strappò una parte del suo mantello con la lama della spada e si bendò gli occhi. Doveva farsi guidare dall’udito, ma soprattutto dal tatto. Doveva guardare con occhi diversi!
Iniziò a tastare i muri e l’aria, proseguiva molto lentamente, ma comprese ben presto di aver compiuto la scelta giusta.
Posò la mano su una superficie diversa da quelle precedenti: era decisamente liscia e bollente.
Si scoprì gli occhi, finalmente una porta di ferro di fronte a lui.
La guardò per qualche istante e poi posò la mano sulla maniglia; si lasciò sfuggire una smorfia di dolore prima di iniziare a soffiare contro il palmo. Dallo zaino prese la borraccia e impregnò il pezzo di stoffa del mantello di acqua, se lo avvolse intorno alla mano e successivamente tirò la maniglia della porta. L’ennesimo dolore attraversò la mano, ma almeno aveva raggiunto il suo scopo. Varcò la soglia e si ritrovò nel buio più completo. Istintivamente posò la mano sull’elsa della spada. Non poteva tornare indietro, quella era la strada giusta, ma non poteva nemmeno andare avanti. Era sciocco persino provare ad usare gli altri sensi tralasciando la vista.
«Chi osa disturbare il mio sonno?», disse d’un tratto una voce profonda e minacciosa.
Kéndall trasalì, ma rimase in perfetto silenzio e completamente immobile.
«Odore di carne umana, è da un bel pezzo che non ne gusto più!
Dimmi chi sei piccolo uomo e cosa vuoi».
«Il mio nome è Kéndall…», la voce gli uscì come un sussurro.
«Sono vecchio e il mio udito è debole, hai forse paura?».
«Si può temere ciò che non si vede? – disse poi tra l’ironia e l’audacia –
Il mio nome è Kéndall e sono giunto sin qui dalle Terre Selvagge».
«Nessuno si è mai spinto tanto oltre».
«Avevo forse scelta? Solo in questo modo posso diventare un Cavaliere Immacolato a tutti gli effetti».
«Un Cavaliere Immacolato hai detto? Fatti guardare!».
Un bagliore illuminò la stanza, Kéndall si coprì gli occhi con il braccio.
«Sei così giovane, eppure così forte. Guardami ragazzo!»
Il giovane aprì gli occhi lentamente e guardò la creatura di fronte a sé. Indietreggiò impaurito. Come comportarsi di fronte a un drago?
Era di colore azzurro, gli occhi gialli scrutavano Kéndall dalla testa ai piedi. Era sdraiato a terra con la coda, enorme e minacciosa, che si muoveva a destra e a sinistra nervosamente. Dalle narici usciva del fumo nero, che riempiva l’intera stanza.
Il corpo del drago era posato su tesori di ogni genere, l’intero posto ne era colmo. Fibius aveva ragione!
«Mi temi giovane Kéndall?»
«Non pensavo che esistessero ancora creature simili… Sei tu la prova che devo affrontare?»
Il drago scoppiò in una risata che fece tremare il terreno.
«Ma certo che no! Se dovessi affrontare me come prova, come ne usciresti vivo? Non preoccuparti, non tutti i draghi sono cattivi come si racconta. Io sono uno dei cinque draghi del mondo di Ianor, comandante della pioggia, del vento, del sole e della neve».
«Sei tu che mi hai scelto come Cavaliere Immacolato?», chiese poi tornando a farsi coraggio.
«No, è la mia signora che ti ha scelto; io ti ho solo chiamato».
«No, è la mia signora che ti ha scelto; io ti ho solo chiamato…», ripetè Kéndall tra sé e sé.
«Non la conosci? Raggiungila, vai da lei. Dietro di me c’è una via che ti porterà dalla mia signora. Corri Kéndall e buona fortuna».
Il drago si alzò per lasciarlo passare. Era una creatura maestosa ed elegante nei movimenti.
«Il mio sonno è stato interrotto troppe volte. Compi il tuo dovere, distruggi il male una volta per tutte!»
«Lo farò drago! Il tuo sonno sarà di nuovo eterno», con queste parole
Kéndall si congedò dalla creatura, iniziando a percorrere la via che lo avrebbe portato a conoscere la signora dei draghi.
Uscendo dalla grotta iniziò ad avere freddo e fame. Si sedette a terra, appoggiandosi ad una parete, aprì lo zaino e mangiò qualcosa. Quando terminò, una pesante stanchezza s’impadronì di lui, si coprì con il mantello e si addormentò.
Si svegliò infreddolito, si guardò intorno e si alzò. Raccolse le sue cose, si coprì l’intero corpo con il mantello nero e si mise in cammino.
Non sapeva quanto tempo fosse trascorso, ma il riposo gli aveva restituito le energie necessarie per proseguire.
Pensava a quello che sarebbe accaduto ora che avrebbe conosciuto la signora dei draghi. Chissà chi era? Non credeva che i protettori di Ianor obbedissero a qualcuno.
Arrivò, ad un tratto, ad una scalinata. Intravedeva una luce; si trattava di luce solare: era ritornato in superficie.
Ben presto si trovò in un’enorme stanza. Vi erano molti tavoli pieni di polvere. Proprio al centro della camera, era steso un tappeto rosso che Kéndall percorse con lo sguardo fino a scorgere una figura seduta su un trono.
«Benvenuto nella mia casa», disse.
Il giovane cavaliere si stupì, la voce che aveva udito era di una fanciulla.
«Siete voi la signora dei draghi?».
«Avvicinati cavaliere!», ordinò la ragazza.
Kéndall obbedì senza distogliere mai lo sguardo dalla sua interlocutrice.
La sconosciuta indossava un lungo vestito azzurro, che rimetteva in risalto le curve del corpo. Del viso lasciava intravedere solamente gli occhi verde scuro.
«Siete voi la signora dei draghi?», domandò di nuovo il ragazzo.
«Sì, sono io. Ti stavo aspettando Kéndall delle Terre Selvagge».
«Voi mi conoscete?».
«Conosco molte cose di te».
«Ditemi mia signora, quale prova devo superare per divenire un Cavaliere Immacolato?».
«Oh Kéndall, ma hai già superato la tua prova!»
«Davvero?! Ma come è possibile?! Ecra mi ha detto…»
«Ecra ti ha detto che qui saresti diventato un Cavaliere Immacolato a tutti gli effetti. Ma pensaci un attimo: non hai forse imparato a guardare con occhi diversi? Un Cavaliere deve comprendere che a volte la vista può ingannare, che non sempre le cose sono come appaiono.
Poi il drago: quanti sarebbero rimasti lì fermi come hai fatto tu, mostrando coraggio, affrontando la tua paura? Oh Kéndall, senza dimenticare tutto quell’oro, non lo hai degnato di uno sguardo».
«Allora cosa devo fare ora?»
«Quanta fretta ragazzo mio!», la signora dei draghi si alzò e si avvicinò al giovane Cavaliere.
Il lungo vestito sfiorava con eleganza il tappeto rosso, l’avanzare della fanciulla somigliava al movimento di un angelo, sembrava fluttuasse.
«Qual è il vostro nome?», chiese d’un tratto Kéndall.
La giovane sorrise e accarezzò il viso del cavaliere Immacolato.
«Seguimi», disse poi.
Kéndall obbedì, era come stregato da quella ragazza misteriosa.
Varcarono la soglia di una porta, trovandosi così in una stanza illuminata solo da un bagliore blu.
La signora dei draghi si avvicinò ad un baule piuttosto lungo, che si trovava proprio al centro dell’abitazione, l’aprì e la luce blu diventò più intensa.
«Avvicinati!»
Kéndall s’accostò alla ragazza e guardò all’interno del baule. C’era una spada.
Era un’arma di una bellezza indescrivibile, la lama della spada terminava con una leggera curva. L’elsa, di colore grigio, aveva uno stemma e un disegno di un drago sopra.
«Prendila Kéndall, è tua!»
Il giovane guardò la signora dei draghi e poi di nuovo la spada. Allungò, lentamente, il braccio verso l’elsa dell’arma e la sollevò in alto.
Non aveva mai visto spada più bella.
«Ricordi le parole che hai udito quando sei entrato all’interno del tempio? ».
Il giovane annuì.
Delle nuvole lui è il supplicante e con la sua arma può leggere la mente, Accorre al richiamo della Battaglia e le condizioni climatiche controlla.”
«Sono le stesse parole che udii il giorno in cui scoprii di essere un Cavaliere Immacolato», mormorò Kéndall.
«Esatto! Non sottovalutare queste parole. Ti sveleranno i poteri della tua spada».
«Mia signora ho una domanda…».
«Conosco la tua domanda: volete sapere perché ho scelto voi come Cavaliere Immacolato del Vento, vero?»
«Sì, vorrei sapere proprio questo».
«Io ho scelto tutti gli altri Cavalieri Immacolati: Ecra, Fibius, Atemot e Nesca… Ma tu, no. Non sei stato scelto da me».
«Per quale motivo?»
«Perché tu fai parte della grande Stirpe del Drago. Nessuno può contrastare le decisioni del destino. Ora è il momento di ripartire giovane Cavaliere».
«Oh mia signora vi prego, prima che riparta ditemi il vostro nome».
La giovane sorrise.
«Il mio nome è Nelesa, signora dei draghi. Dea della terra di Ianor».
«Nelesa…», sussurrò il giovane.
«Buona fortuna mio cavaliere».
La ragazza scoprì il suo volto e baciò dolcemente le labbra di Kéndall.
Il ragazzo si ritrovò a scendere le scale del tempio. Guardò la sua nuova spada e s’accorse di avere un amuleto azzurro al collo. Si voltò verso l’entrata del tempio.
«A presto Nelesa…», disse sorridendo.

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